Porte e portoni

Robert Musil

 

Pagine postume pubblicate in vita

Traduzione di A. Rho

 

 

Le porte appartengono al passato, benché nei concorsi di architettura ci devono essere ancora le porte di servizio.

Una porta consiste in una cornice rettangolare di legno infissa nel muro alla quale è applicato un battente girevole. A rigore questo battente è comprensibile. Infatti deve essere leggero perché lo si possa manovrare facilmente, e questo avviene quando è fatto di noce o di quercia, come usava ancora poco tempo fa nelle case per bene. Eppure questo battente ha già perduto quasi tutto il suo significato. Fino alla metà del secolo scorso, ci si poteva ancora star dietro a origliare, e quali segreti si apprendevano talvolta! Il conte aveva diseredato la sua figliastra, e l'eroe che avrebbe dovuto sposarla scopriva appena in tempo che lo si voleva avvelenare. Ci si provi un po' qualcuno in una casa moderna. Prima di ascoltare alle porte, saprebbe tutto attraverso le pareti. Ma che dico? Nemmeno il pensiero più recondito gli sfuggirebbe. Perché nessuno scrittore radiofonico si è ancora impadronito dei nostri edifici di cemento armato? È il palcoscenico predestinato per la radiocommedia.

Molto più anacronistica della porta stessa è la sua cornice. Se si guarda attraverso le porte aperte di tutta un'infilata di stanze sembrerà di vivere l'incubo di un calciatore al quale vengono incontro, una dopo l'altra, sempre nuove porte. C'è anche una specie di patibolo simile a questo. Perché si fabbricano oggetti del genere? Tecnicamente non c'è bisogno di quelle stanghe per ottenere una buona chiusura; non sono lì che per soddisfare l'occhio.

Probabilmente si pensa che se la porta si chiudesse contro il muro o contro una striscia di metallo invisibile, si avrebbe un'impressione come di nudità. Per l'occhio esercitato farebbe lo stesso effetto della mancanza di polsino fra la mano e la manica. Infatti le cornici delle porte hanno una storia simile a quella dei polsini da camicia. Quando le stanze erano ancora a volta, non si conoscevano: i battenti giravano su due bei cardini di ferro battuto incassati nel muro. Più tardi s'imparò a fare i soffitti piatti, sostenuti da robuste travi di legno; orgogliosi della loro invenzione lasciarono in vista le travi, rivestirono di legno anche le superfici intermedie, e cosi nacquero i bei soffitti a cassettoni. In seguito le travi furono nascoste da uno strato di stucco, ma si applicarono intorno alle porte piccoli listelli di legno. Oggi infine si costruiscono case di cemento armato anziché di mattoni, ma le stanghe di legno venute da chi sa dove rimangono lì appiccicate, senza senso come le cornici delle finestre, tanto per rendere omaggio alla tradizione. Non è la precisa identica storia della camicia che incominciò a traboccare dalla vistosa scollatura con collari e paramani di pizzo? Poi scomparve sotto il vestito, ma baveri e manichini seguitarono a sporgere fuori. Più tardi colletti e polsini si staccarono dalla camicia e infine nell'attesa di un nuovo progresso, sono diventati gli ultimi simboli della cultura, abbottonati a qualche misterioso indumento per sottolineare quale sia il modo opportuno di comportarsi.

La scoperta che le porte sono simili ai polsini la dedichiamo all'illustre architetto che ha indovinato come l'uomo, nascendo in una clinica e morendo all'ospedale, debba riempire anche lo spazio in cui vive di asettica sobrietà. Questo si chiama naturale sviluppo dell'architettura secondo lo spirito nuovo: ma bisogna ammettere che per il momento è un po' difficile. L'uomo del passato, castellano o cittadino, viveva in casa sua; lì si manifestava e prosperava sempre più la sua posizione nella vita. Nel XIX secolo (l'epoca Biedermeier) si riceveva ancora in casa propria; oggi si finge soltanto, e basta. La casa serviva a quello che si desiderava apparire e per questo si trovava sempre il denaro necessario; ma oggi vi sono altre cose che servono allo  stesso scopo: i viaggi, l'automobile, gli sport, i soggiorni inverna1i, gli appartamenti in alberghi di lusso.

Il piacere di mostrare quello che si è, ha preso ormai questa direzione, e se un uomo ricco si mette tuttavia in testa di farsi costruire una casa, v'è in questa volontà qualcosa di artificioso, di personale, che non è la soddisfazione di una comune nostalgia. Ora, come possono  esservi le porte, quando la « casa » non c’è più? La porta originale prodotta dalla nostra epoca è quella girevole degli alberghi e dei negozi.

Un tempo la porta, come parte per il tutto, rappresentava la casa, così come la casa che possedeva o si faceva costruire doveva rappresentare la posizione sociale del suo proprietario. La porta serviva d'ingresso in una società di privilegiati, si apriva o si chiudeva davanti al nuovo venuto secondo la sua classe, e ciò basta va a decretare il suo destino. Però andava anche benissimo per il piccolo uomo che fuori non contava molto, ma in casa sua portava una barba da Padreterno. Perciò essa era dappertutto in grande favore e svolgeva una funzione vitale nel pensiero comune. La gente distinta apriva o chiudeva la sua porta, il borghese poteva sfondare le porte aperte, o chiuderle a sette chiavi. Scopare davanti alla sua porta o a quella degli altri. Sbatterla in faccia a qualcuno, mostrargli la porta, e perfino metterlo alla porta; ecco una quantità di relazioni con la vita che mostrano quella perfetta mescolanza di realismo e di simbolismo che la lingua offre soltanto quando qualcosa ci pare molto importante.

I bei giorni delle porte sono ormai lontani. Fa una grande impressione sentir gridare a qualcuno. Quella è la porta! Ma s’è mai visto farne volare fuori una persona? Anche se uno ci si provasse, il procedimento ha perduto la maestosa autorità che ne costituiva il fascino, perché oggi c'è un'enorme confusione di forze e di competenze. Del resto non si sbatte più la porta in faccia alla gente, tutt'al più non si accetta l'annunzio telefonico della sua visita; quanto a « scopare la propria soglia»[1], è diventata un'esigenza incomprensibile. Sono modi di dire da un pezzo superati, care fantasie che ci assalgono me1anconicamente quando consideriamo un vecchio portone. Storie che svaniscono nell'ombra intorno ai buchi lasciati aperti provvisoriamente nei nostri tempi soltanto per il falegname.


 

[1] Badare ai fatti propri