Nella vita di corte lo spazio dedicato alle cacce ed ai passatempo all’aperto occupavano un tempo considerevole: a Caserta e a Napoli la famiglia reale trascorreva solo brevi periodi dell’anno il resto era diviso nei luoghi più cari al sovrano, perché ricchi di selvaggina e segnati dall’ amenità del pesaggio. Persano, Venafro, Procida e Carditello ospitavano gli illustri proprietari per periodi anche lunghi durante i quali le funzioni di governo erano svolte contemporaneamente a lunghe e fortunate battute di caccia intese da Carlo e da Ferdinando come il rimedio più semplice contro la “malinconia”, malattia di famiglia.
Questi luoghi, caratterizzati dalla qualità del paesaggio e della natura in cui sorgevano, erano però anche legati alle attività produttiva, per questo le fabbriche che furono realizzate con la funzione di residenza reale, anche se temporanea, dovevano tenere conto delle esigenze funzionali legate alle funzioni che normalmente in esse si svolgevano. Gli studi che si sono occupati della architettura dei fabbricati, realizzati nei cosiddetti siti borbonici hanno, di volta in volta, sottolineato il carattere di luoghi di produzione o di fabbricati di rappresentanza delle singole fabbriche, dal momento che l’analisi delle soluzioni tecnologiche e funzionali adottate, hanno dovuto misurarsi con l’importanza attribuita al prestigio degli immobili ed alla qualità eccezionale dell’apparato decorativo.
A spiegare l’apparente contrasto sta la circostanza che i siti, per essere abitati dai sovrani per lunghi periodi, sono visti come vere e proprie regge, tanto che ad esempio, nei luoghi circostanti, il sito reale di Carditello è indicato come la “reggia”. Anche il sistema della viabilità realizzata in epoca borbonica è spesso attribuita alla necessità dei sovrani di raggiungere con facilità dalla capitale “le delizie”
Il fenomeno tende a distinguersi nel tempo, separando in maniera progressivamente più netta i siti destinati alla residenza, rispetto a quelli nei quali era prevalente la funzione produttiva; è questo il caso del complesso di San Leucio. Ma soprattutto i fabbricati della prima età borbonica accentuano il carattere rappresentativo della residenza anche in ossequio al gusto dell’epoca che “popolava Versailles di falsi pastori”[1] . In questa tendenza convergeva anche la necessità di ribadire il legame della dinastia con il territorio da lui amministrato e l’esigenza di dare impulso alle attività economiche in uno stato che faticosamente cercava di riorganizzare le proprie strutture produttive.
In questa atmosfera vengono realizzati alcuni fra gli episodi più interessanti della produzione architettonica di fine settecento altrimenti segnata prevalentemente dalle grandi fabbriche religiose.
L’arrivo a Napoli di Luigi Vanvitelli e Ferdinando Fuga secondo alcuni studiosi orientò fortemente il modo di fare architettura apparentemente in aperto contrasto con la tradizione costruttiva ed artistica napoletana, ancora fortemente pregnata della cultura barocca, tuttavia in queste fabbriche “minori”, in cui è meno rilevante la funzione rappresentativa e celebrativa posta in secondo piano dall’aspetto privato e ricreativo, emergono soluzioni architettoniche ed artifici decorativi che sembrano proseguire la tradizione artistica napoletana pur aprendosi sensibilmente ai nuovi orientamenti neoclassici.
L’aspetto che lega fra loro le realizzazioni borboniche dell’ultimo quarto del XVIII secolo è soprattutto l’inserimento nel territorio e nel paesaggio delle nuove fabbriche: è così a San Leucio nel Casino Vecchio, come anche nel Belvedere ed è così soprattutto nella reggia di Carditello. Anche se il sistema della viabilità è studiata appositamente per rendere migliori le condizioni di fruizione del sito da parte del sovrano, è anche vero che l’articolazione dei volumi tiene conto in maniera forte della viabilità anche al fine della scelta delle visuali prospettiche della fabbrica.
Infatti se il Casino Vecchio di San Leucio, si sviluppa prevalentemente su di un solo fronte tangente alla via di accesso, Carditello ed il casino del Belvedere, giocano contemporaneamente sulla lunga visuale imposta dalla via di accesso e su prospettive assiali che scaturiscono dal rapporto con i terreni che costituiscono la tenuta e dal progetto di una nuova città; Carditello è il fulcro di un progetto a scala territoriale, che nella riproporre il motivo del tridente, familiare a Vanvitelli che lo aveva sperimentato con successo a Caserta, tende a fare della residenza reale il centro ideale di un progetto anche economico, che, riconquistando con la bonifica i territori alle paludi, apre nuove strade alla agricoltura organizzata in azienda ed alla zootecnia intesa come attività sperimentale di selezione di razze pregiate.
Infatti, in questo senso, è proprio la reggia di Carditello a costituire la ideale cerniera fra i siti borbonici, intesi come luogo di divertimento, come la reggia di Persano e il Casino di caccia di Venafro, e le strutture produttive come la Vaccheria o altri, in cui la funzione residenziale non si affianca a quella produttiva. L’unico parallelo possibile è proprio fra il casino di Carditello e i due Casini quello Vecchio ed il Belvedere di san Leucio in cui ugualmente convivono la funzione residenziale e quella produttiva.
Mentre nel casino vecchio di San Leucio le strutture agricole: depositi e stalle sono realizzati all’interno degli interventi di sistemazione dell’area circostante, in modo da tenerli accuratamente separati dagli ambienti destinati alla residenza della famiglia e quasi a volerli nascondere, nel sito borbonico di Carditello la residenza è il centro ideale e geometrico dell’intero insediamento, rispetto al quale domina anche dal punto di vista dello sviluppo verticale; Infatti la residenza costituisce il punto centrale e più elevato della composizione, così come era stato progettato che dovesse accadere per il Palazzo Reale di Caserta che nell’intenzione dell’architetto, doveva sovrastare le fabbriche circostanti, il cui limite di altezza era fissato in quello dei corpi ellittici antistanti la facciata.
Al corpo centrale della composizione si affiancano gli altri fabbricati, tutti fisicamente collegati con la palazzina centrale, al punto che dal primo piano della residenza attraverso i fienili che sovrastano le stalle era possibile raggiungere tutte le parti dell’insediamento. Questo tipo di collegamento sembra sancire il legame forte fra gli abitanti della residenza ed il personale addetto alla produzione, e sottolineano il ruolo del sovrano che in quel sito si pone prevalentemente come il signore di un feudo cui stanno a cuore i propri interessi e che per questa ragione vuole poterli continuamente controllare. Anche nella netta differenziazione fra la residenza principale e quelle del personale di servizio esiste comunque una sorta di affinità dal momento che le stecche delle stalle sono interrotte ritmicamente dalle torri delle residenze che si elevano quasi quanto la palazzina centrale. L’uso di Carditello come luogo di produzione risale al 1744 quando Carlo di Borbone decide di impiantare in questo luogo l’allevamento di una sua razza di cavalli. Il Collecini fu chiamato alla realizzazione del complesso architettonico nel 1787. Ed a Carditello ancora di più di quanto avviene a San Leucio, si sperimentano soluzioni architettoniche che avvicinano il modo di fare architettura di questo periodo in questa parte del regno, alle tendenze neoclassiche che si andavano affermando. A Carditello si legge la forte dicotomia fra l’esterno e l’interno della fabbrica: due diversi modi di trattare le superfici senza che l’esterno denunci o risponda alla organizzazione interna. Il complesso è concepito con una logica modulare, che alterna torri quadrate e torri ottagone a bassi corpi rustici, destinati a scuderie e coperti con tetti a falde, il tutto come si è visto articolato intorno ad un nodo costituito dalla dominante palazzina centrale. La sequenza lineare delle costruzioni, improntata al concetto di simmetria, contrasta apparentemente con l’organizzazione dei percorsi, negando la possibilità di una visione organica del complesso nella sua interezza, in realtà gli assi visuali convergono tutti sulle tre prospettive della Palazzina Centrale: le due laterali che comprendono anche parte dei corpi di fabbrica posti sulle ali del complesso e quella centrale che la inquadra attraverso il cancello principale. L’esterno di questa costruzione è trattato come una superficie autonoma, segnata da un alto basamento a scarpa con intonaco a bugne poco rilevate e da un arcone centrale cieco, su di esso, poggia un piano nobile, con ampie finestre e coperto a tetto. Domina su tutto un’ altana, una sorta di belvedere che sovrasta l’intera composizione ed è posta in corrispondenza della cupola della cappella, che da questo elemento architettonico viene completamente inglobata ed è costituita da grandi archeggiature fortemente strombate che ne alleggeriscono il peso sul prospetto.
L’interno della residenza invece appartiene ad una diversa cultura come se nello spazio privato, la cura del dettaglio e la fantasia trovassero un linguaggio più adatto nella consolidata tradizione artistica dell’età barocca. Solo l’ordine gigante del piano terra della cappella, rappresentato da colonne libere che sostengono l’elegante trabeazione costituita dai matronei, è un’ulteriore affermazione della ricerca neoclassica, che doveva essere ancora più percepibile nel momento in cui fra l’ambiente di culto, che diveniva spazio presbiteriale e l’esterno si stabiliva la continuità, mediante l’apertura del portellone sul cortile interno, che diveniva come una grande navata all’aperto. Tale artificio riproponeva la soluzione sperimentata da Luigi Vanvitelli alcuni anni prima nel Teatro di Corte di Caserta, ribaltandone la logica: mentre a Caserta il paesaggio naturale costituisce il fondale scenico dell’evento spettacolare, a Carditello esso entra prepotentemente all’interno della costruzione. Anche tutta la decorazione è improntata alla ricerca di una continuità con il paesaggio circostante, perseguita nei motivi floreali degli ambienti, nei paesaggi dipinti da Hackert sulle pareti, come enormi finestre sull’esterno, nella coloriture dei pannelli murari trattati con particolari sfumature di verde, su cui si stagliano gli stucchi costituiti da curiosi trofei di caccia in cui le prede si affiancano alle armi. Le modanature architettoniche delle logge interne, a finto marmo grigio di Mondragone, interrompono le superfici e sembrano simulare un portico. Ma è proprio nella copertura della Cappella che tanto forte è ancora l’influsso della tradizione barocca: in un vorticoso movimento dei lacunari che si avvolgono su se stessi, la parte superiore della cupola esplode consentendo la visione dell’Eterno Padre, in una anticipazione del premio finale destinato a coloro che amministrano con saggezza ed ai buoni cittadini che rispettano le leggi.
La forte dissonanza fra interno ed esterno trova la sua espressione più forte nella chiesa di Santa Maria delle Grazie della Vaccheria nata come dipendenza e santuario della colonia di San Leucio. Anche questa attribuita come è noto a Francesco Collecini[2]. L’interno ha molte affinità con la cappella del Real sito di Carditello, in particolare l’adozione di una pianta centrale con profonde nicchie laterali, il ritmo della decorazione architettonica, il disegno degli stucchi dei lacunari e perfino le coloriture, che vertono su un delicato tono del verde, corrispondono ad una scelta completamente diversa adottata per realizzare la facciata neogotica del tutto estranea alla struttura.
La data di realizzazione di questa come delle altre fabbriche collegate alla committenza borbonica testimonia ulteriormente la continuità della tradizione architettonica del regno, che passa attraverso la cultura barocca ma è aperta alle più moderne correnti europee al punto di anticipare di alcuni decenni l’adozione di soluzioni architettoniche che saranno codificate in Italia solo molti decenni più tardi[3].
La centralità della residenza rispetto al resto dell’edificio è un elemento che viene ripetuto nelle altre costruzioni che hanno una destinazione produttiva. Tutto il territorio che circonda i siti reali di Caserta e San Leucio così come quello che circonda il sito di Carditello sono segnati dai fabbricai di servizio che ripetono i caratteri dominanti delle strutture principali soprattutto nella decorazione esterna realizzata a fasce chiare che si alternano a fondi a finto mattone.
Da Casa di Re: la Reggia di Caserta fra storia e tutela a cura di R. Cioffi, G. Petrenga. Milano, Skira, c2005, pp.71-73.
[1] Cfr. Giancarlo Alisio, Siti reali dei Borboni. Aspetti dell’architettura napoletana del settecento. Roma 1976 pag. 28
[2] A proposito della Chiesa della Vaccheria ed in particolare per i documenti relativi alla decorazione si rimanda a La Chiesa di Santa Maria delle Grazie alla Vaccheria di San Leucio di Caserta. Napoli 1993.
[3] A proposito del dibattito architettonico relativo alla realizzazione di opere neogotiche soprattutto per la realizzazione di edifici di culto confronta Renato De Fusco, L’Architettura dell’Ottocento, in Storia dell’Arte in Italia. Torino 1980.