II parco della Reggia di Caserta è stato, spesso accostato ai giardini francesi e, molto probabilmente, allorché Luigi Vanvitelli (1700-1773) si apprestò a progettarlo avrà avuto come modello principale il parco di Versailles (il lungo asse centrale e il vasto bacino a sinistra), senza trascurare i famosi giardini europei (Schombrun, Aranjuez...), di cui all'epoca circolavano numerose stampe, o la tradizione delle ville italiane rinascimentali e barocche (Bagnaia, Caprarola, Frascati... ).
Tuttavia le diverse esperienze culturali confluirono nella realizzazione di un progetto originale e unitario, in cui anche le varie esigenze di ordine urbanistico, ambientale, economico contribuirono alla realizzazione di una delle più significative testimonianze dell'arte dei giardini di epoca barocca.
I
lavori, con
la delimitazione dell'area e la piantumazione delle prime piante, iniziarono nel
1753, contemporaneamente a
quelli per la costruzione dell'Acquedotto Carolino le cui acque dalle
falde del Monte Taburno, dopo un percorso di
circa quaranta chilometri, avrebbero alimentato le
fontane dei giardini reali e della nuova capitale che Carlo di Borbone
aveva in mente di costruire a
Caserta.
II
parco,
così come oggi si vede, è solo in parte la realizzazione di quello che Luigi
Vanvitelli
aveva ideato: alla sua morte, nel 17773, l'acquedotto era stato terminato ma
nessuna fontana del
parco era stata realizzata.
I lavori furono completati dal figlio Carlo ( 1740-1821), il quale pur semplificando il progetto paterno ne fu un fedele realizzatore, conservando il ritmo compositivo con l'alternarsi di fontane, bacini d'acqua, prati, cascatelle, come si può notare confrontando lo stato attuale dei giardini con la XIII tavola della Dichiarazione dei Disegni di Luigi Vanvitelli (Napoli 1756).
Per chi esce dal palazzo il parco si presenta come diviso in due parti di cui la prima è costituita da un vasto "parterre", diviso da un lungo stradone centrale che conduce fino alla fontana "Margherita" e introduce a diversi viali fiancheggiati da gruppi di boschetti di tigli, carpini, disposti simmetricamente secondo una composizione semicircolare.
A sinistra del palazzo, nel cosiddetto "bosco vecchio", sorge la Castellucia, una costruzione che nella configurazione attuale ricorda un castello in miniatura, presso il quale il giovane Ferdinando IV si esercitava in finte battaglie terrestri.
Procedendo verso nord-est si trova la peschiera grande, un lago artificiale, con un isolotto al centro, lungo 270 m., largo 105 m. e profondo 3,50 m. Qui venivano simulate le battaglie navali con una flottiglia costruita proprio per questo scopo.
Dalla fontana "Margherita" inizia la seconda parte del parco realizzata interamente da Carlo Vanvitelli. Mediante due rampe laterali, si ascende al ponte d'Ercole da dove inizia la grande "via d'acqua". Seguendo il declivio della collina, si alternano bacini d'acqua, vasche sovrapposte e ornate di statue. Due larghe strade, delimitate da spalliere di lecci e boschetti di querce, la fiancheggiano fino al grande bacino, nel quale dalle falde del Monte Briano precipita un'imponente cascata d'acqua.
Immaginando di percorrere lo stradone centrale da sud verso nord, in senso contrario allo scorrere dell'acqua, la prima fontana che s'incontra è quella dei "Delfini", così chiamata perché l'acqua fuoriesce dalle bocche di tre grossi pesci scolpiti in pietra. Segue la fontana di "Eolo", che non fu mai completata. E' costituita da un'ampia esedra nella quale si aprono numerose " caverne" che simulano la dimora dei venti, rappresentati da numerose statue di "zefiri". La statua di Giunone sul cocchio trascinato da due pavoni, nell'atto di pregare Eolo di scatenare i venti contro le navi di Enea, benché realizzata, non fu mai collocata al suo posto. Proseguendo lungo l'asse principale, si incontrano sette vasche degradanti che formano altrettante cascate e la fontana di "Cerere" che rappresenta la fecondità della Sicilia, con le statue della dea e i due fiumi dell'isola. L'ultima fontana è quella in cui è rappresentata la storia di "Venere e Adone".
Nel bacino, denominato il bagno di "Diana",sottostante la cascata del monte Briano ci sono due importanti gruppi marmorei che raffigurano Atteone nel momento in cui, tramutato in cervo, sta per essere sbranato dai suoi stessi cani e Diana, attorniata dalle ninfe, è sorpresa mentre sta uscendo dal bagno.
L'apparato iconografico delle figure delle fontane - "le favole" come le chiama lo stesso Vanvitelli, - ripercorre secondo la lezione vichiana, il faticoso cammino del progresso umano dal mondo mitologico a quello storico. In tale ottica vanno letti gli episodi tratti dalle Metamorfosi di Ovidio (Diana e Atteone, Venere e Adone) legati all'attività primaria dell'uomo, la caccia; il richiamo delle divinità etonie della fertilità e dell'agricoltura (Cerere); l'episodio dell'Eneide che preannuncia la nascita della potenza romana (Giunone e Eolo).
Protagonista assoluta dei giardini della reggia casertana è la grande "strada-fiume" che, alimentata dalle acque delle colline campane, sgorga con vigore da una grotta artificiale, precipita con un salto di settanta metri, tra scogli e pietre finte e, sviluppandosi lungo l'asse principale del palazzo, si collega idealmente all'antica capitale del regno, Napoli.
I divertimenti reali
Tra il
1769 ed il 1773 durante il regno del giovane Ferdinando IV, che da poco aveva
compiuto
diciotto anni ed aveva
sposato l'altrettanto giovanissima Maria Carolina d'Austria, nel parco della
Reggia e, precisamente, nella zona del "bosco
vecchio", per divertimento dei sovrani si
svolgevano finte battaglie terrestri
e marittime.
Le prime avevano come teatro la spianata davanti alla "Castelluccia", attrezzata come una fortezza con tanto di ponte levatoio, fossato, piazzeforti. Ogni volta il re sceglieva il tema per le esercitazioni belliche (sortite notturne, assedi di fortini, simulazioni d'incendi) con grande dispendio di uomini e di mezzi (cannoncini, mortari da bombe, fucili, mortaretti).
Le batteglie navali si svolgevano nella "Peschiera Grande" e consistevano in un assalto che il re in persona, a capo di una flottiglia di barche, conduceva contro la "pagliara" che sorgeva sull’isolotto, munita come un fortino di "saettiere" e cannoncini. Per la manutenzione della "flotta" erano stati trasferiti appositamente un congruo numero di marinai, i "Liparoti" originari dell'isola di Lipari per i quali era stato costruito un apposito quartiere nei pressi della "peschiera".
I miti rappresentati nelle sculture delle fontane del Parco (M.R. Iacono)
Diana e Atteone.
Si sa che gli dei dell'epoca classica erano animati dalle stesse passioni umane e non sfuggivano all'ira e alla vendetta, che spesso riversavano sui malcapitati mortali.
Spietata fu infatti la casta Diana nei confronti del mortale che con un solo sguardo offese il suo pudore. Il gagliardo cacciatore tebano, Atteòne, stanco della caccia, per dissetatisi avvicinò, inopportuno, ad una fonte dov'erano in piena intimità la dea e le sue ninfe, appena uscite dal bagno.
Da cacciatore viene trasformato in selvaggina e deve fuggire nel bosco trasformato in un cervo dalle agili gambe e dalle grandi corna ramose, preda dei suoi stessi cani.
Venere e Adone
Il bellissimo Adone, amato dalla dea dell'amore, Venere, morì tragicamente per la gelosia di Marte.
Durante una battuta di caccia sul monte Ida, il dio irato gli suscitò contro un cinghiale selvaggio che lo uccise. La dea accorse e pianse disperata sul giovane morente cospargendo, il suo sangue di nettare. Dalla terra intrisa di sangue sbocciarono dei timidi fiori, gli anemoni.
Cerere
La dea delle biade e dei campi fertili, impersona il lavoro umano , quello più duro e sacro di tutti, che feconda la terra e da all'uomo il suo pane.
Sorella di Giove , nata come lui da Crono e da Rea Cibele, è una delle divinità più venerande. A differenza degli altri dei, è una dea serena, intimamente pacifica come la terra che gli uomini da lei appresero a rompere con l'aratro per seminarvi il grano.
A Cerere si riferisce il dolentissimo mito del Ratto di Proserpina, la giovanissima figlia che fu rapita dal dio degli Inferi, Ade. Si narra che la dea, desolata per la perdita della sua Proserpina , maledisse la terra di Sicilia dove la fanciulla era scomparsa , inaridendo i campi e rendendo sterili i semi. Solo grazie all'intervento di Giove, la dea ottenne che la figlia soggiornasse con lei sei mesi l'anno.
La significazione fondamentale della leggenda è essenzialmente agricola: Proserpina che scende nell'Ade rappresenta la semina del grano e l'incubazione sotterranea del seme; il suo ritorno sulla terra simboleggia il germogliare e la maturazione delle messi nella loro stagione.
Giunone ed Eolo
Il viaggio di Enea dalle rovine di Troia verso la nuova patria è osteggiato duramente dall'odio implacabile della dea Giunone, al quale si oppone tenacemente la madre, la dea Venere. Prima di giungere in Italia, l'eroe di stirpe divina deve affrontare mille pericoli e superare altrettanti ostacoli.
Partiti dalla Sicilia, le navi dell'eroe sono investite da una violentissima burrasca suscitatagli contro dal re dei venti, Eolo su istigazione di Giunone. La dea, promettendogli la bella Deiopea, lo ha convinto a scatenare contro la flotta di Enea tutti i venti che il dio tiene prigionieri in una montagna delle isole Eolie.
Solo l'intervento di Nettuno, che emerge dal profondo a placare il mare, può salvare i profughi, che approdano sul lido africano dove sta sorgendo una grande città: Cartagine, la futura nemica di Roma.