Pietro Di Lorenzo
In assenza di studi specificatamente dedicati alla storia delle vicende costruttive del castello, si sottopone all'attenzione dei lettori un'ipotesi di datazione comparativa, impostata sull'individuazione dei principali episodi di intervento sulle strutture del castello incrociando gli episodi politico-feudali con le evidenze artistiche del manufatto, raffrontate con i principali monumenti dei dintorni, studiati e conosciuti con precisione.
Che sul sito del castello di Limatola potessero sorgere strutture difensive sannite e poi romane purtroppo, allo stato delle conoscenze, sia storiche e documentarie sia archeologiche, non è dato saperlo con certezza. Il luogo, già naturalmente dei più muniti, per l'eccezionale preminenza territoriale, è ipotizzabile ospitasse una arce preromana, insediamento molto diffuso nella Campania Nordoccidentale occupata dalle popolazioni italiche. D'altra parte le circostanze anche geologiche (presenza di grandi rocce calcaree affioranti) lo lasciano supporre senza ulteriori difficoltà.
E ancora nel campo delle supposizioni dobbiamo restare se vogliamo riconoscere, allo stesso luogo, una funzione difensiva anche nell'alto medioevo. Le popolazioni locali certamente non sottovalutarono la possibilità di rifugio sicuro, per loro, le proprie bestie e le derrate, dalle scorrerie dei popoli germanici (i barbari, sec. V) o dalle truppe arabe mercenarie sbandate (i saraceni, sec. IX) scorrazzanti nel contado. E' probabile, però, che le strutture difensive approntate, non sopravvissute anche per il sovrapporsi di altri interventi ben più imponenti, consistessero in una calcolata successione di terrapieni, trincee e palizzate ligne di sbarramento poste in funzione di ostacolo al sentiero di accesso e a recinzione della sommità del colle, già di natura ben difendibile. Le testimonianze longobarde, le prime relative al toponimo Limatola, ne parlano, fin dagli inizi, come di un castrum: in coppia con la vicina Caiazzo, Limatola costituì lo sbarramento imprescindibile sulla via più breve da Capua a Benevento (le due capitali longobarde). Atteso ciò, forse le mutate esigenze politiche (Capua riottosa contro Benevento e poi indipendente) e una più razionale organizzazione territoriale consigliarono l'erezione delle prime opere murarie stabili, non precarie (x sec.), tipologicamente assimilabili alla distrutta torre di Panfolfo Capodiferro del Garigliano. La stabilità e la continuità giurisdizionale raggiunta dalla Contea di Caserta, nell'ambito del Principato capuano, posero i presupposti per finanziare l'impresa, necessaria a difendere l'avamposto Nord del dominio. Che queste siano le ipotesi più probabili è avvalorato dal ricorrere, in epoca longobarda, dell'attributo "castrum" associato toponimo "Limatule": castrum nel latino altomedievale ebbe il significato di luogo abitato contraddistinto da funzioni militari, recintato non necessariamente con murature, ma capace comunque di espletare funzioni difensive e strategiche. Inoltre, non è filologica la traduzione di castrum con "castello" nell'accezione, che la storiografia ottocentesca ci ha tramandato, di edificio tipologicamente attrezzato allo scopo di attuare difese passive e attive con mura, torri, fossati, ponti levatoi, porte, caditoie, merli, passaggi etc.
A mio giudizio neanche la fondamentale citazione, nella bolla di Senne, 1113, a delimitazione della diocesi di Caserta, della chiesa di "S. Nicolai, intra castellum" è sicuro indizio della presenza di un vero e proprio castello. Probabilmente, proprio a ulteriore riconoscimento della sicurezza del luogo, fu eretta, in quelle forme cassiniati tipiche dell'epoca, la pieve di S. Nicola, a navata unica forse, con capriate lignee, collocata, quasi a trasformare la preesistente torre in campanile, nelle vicinanze della struttura difensiva longobarda. Ed è chiaro che, la presenza del luogo di culto, fu riconoscimento, consacrato dall'autorità religiosa, e suggello del ruolo del signore locale (non più gastaldo come nel diritto longobardo ma conte nell'accezione feudale franca e normanna) nella gestione della sicurezza, e quindi, della vita e dei beni dei sottoposti, cui erano offerti protezione e rifugio in cambio della servitù o della riscossione di decime e dazi. Pur avanzando dubbi circa la coincidenza dell'impianto planimetrico originario della chiesa di S. Nicola con l'attuale, è senza alcuna riserva riconducibile a quest'epoca il superstite portale in forme chiaramente riferite al romanico campano.
Quindi, alla luce del contesto storico, in assenza di precise testimonianze documentarie è piuttosto improbabile che le prime opere murarie vere e proprie possano risalire ad un'epoca anteriore al 1150. E' invece assai più probabile che un mastio, circondato da opportune mura difensive, fosse approntato intorno al 1160: caduto l'ultimo principato indipendente del Meridione, quello capuano-aversano dei normanni Drengot (1156), la contea di Caserta, grazie a Roberto dei Sanseverino di Lauro, assurse al ruolo di principale feudo di Terra di Lavoro, nel contesto del regno di Sicilia degli Altavilla. Forse, fu proprio grazie alla potenza del conte casertano, di stretta fedeltà alla casa reale, e alla necessità di tutelare il suo dominio, che sorse un vero e proprio castello. Ipotizzando ciò, il castello di Limatola si sarebbe configurato come un imponente parallelepipedo, con una sporgenza all'estremità verso il Volturno (la preesistente torre longobarda) e un'altra verso i Tifatini, ottenuta inglobando la chiesa di S. Nicola. D'altra parte l'incomparabile bellezza e la stupefacente qualità tecnologica delle tre splendide pareti superstiti intatte dei prospetti (conci di tufo perfettamente squadrati posti in opera con assoluta precisione) fanno supporre una datazione coerente a quella ipotizzata: solo grandi e potenti feudatari, quali i Sanseverino, potevano affrontare lavori di tale imponenza, impegnando maestranze qualitativamente e quantitativamente notevoli. Inoltre, a favore dell'ipotesi di datazione agli anni 1160-70 delle imponenti cortine murarie esterne, è l'assoluta vicinanza linguistica ai principali episodi religiosi normanni in Campania, da Salerno a Sessa Aurunca, ma soprattutto (perché nello stretto ambito feudale) alle cattedrali di Aversa e, in particolare, di Casertavecchia. In assenza di fonti documentarie comprovanti comunque l'origine del manufatto è auspicabile che gli storici dell'architettura prendano seriamente in esame la struttura: la conferma dell'attribuzione all'epoca normanna dei paramenti esterni farebbe del castello di Limatola un unicum tipologico, almeno in Campania, di edificio normanno militare ben conservato.
E' arduo stimare quanto possa esser durata questa prima fase di edificazione del castello. Il primo, e per ora unico, documento storico che riguardi specificatamente il manufatto è l'atto emanato a Melfi il 27 Settembre 1277 da Carlo I Angiò. Con esso il sovrano angioino stanziò fondi della Curia regia per realizzare lavori (di restauro o di completamento e adeguamento estetico ?) al castello, in ciò compiacendo ad una sua "cugina", Margherita de Tucziaco, usufruttuaria della struttura. I lavori del 1277 durarono un anno: ciò induce a pensare che intervennero a modificare ben poco dell'impianto originario. L'importanza e la particolare cura realizzativa degli ambienti voltati ad ogiva al piano terreno, replicati con uguale volumetria nel piano superiore del castello, suggeriscono l'identificazione con quelli relativi al restauro angioino, previsti col duplice scopo di ammodernare al nuovo gusto gotico le strutture esistenti (almeno una parte di esse) e di rafforzare alcuni elementi strutturali (come i solai, precedentemente realizzati con materiali poveri e con legno).
Nell'impossibilità, come siamo, di certificarne o distinguerne altri, databili tra il 1277 e il 1420, il successivo fulcro di interventi fu giustificato dal passaggio di Limatola nel 1420 ai Della Ratta, già conti di Caserta, originari della Catalogna. Probabilmente in quegli anni le esigenze ancora eminentemente militari del castello portarono alla realizzazione di una cinta muraria più esterna, collegata anche a quella del borgo, secondo la tipologia del recinto impostato secondo le curve di livello del colle, interrotto, in corrispondenza di luoghi reputati meno difendibili, con torri cilindriche o trapezoidali. Forse furono aggiunti, alle due estremità del mastio normanno-angioino, due basse ali di costruzioni: gli attuali ambienti terranei di servizio (pozzi, cucina ecc), adiacenti le sale gotiche, e, sul lato opposto, in corrispondenza dell'attuale portale della corte alta, un rivellino, con fossato e ponte levatoio, insistenti su preesistenti opere normanne.
Tra le opere riconducibili all'ambito del rinascimento meridionale (impropriamente confuso con l'arte catalana) è possibile sicuramente distinguere una prima fase, fine 1400, cui sono da riferirsi le sopraelevazioni in corrispondenza dell'accesso al mastio (configurate come un vero e proprio palazzetto residenziale, con scala e loggia indipendenti) e il prolungamento, per un solo alzato, delle ali ortogonali all'insediamento normanno, fino a ricavare una corte aperta. Probabilmente fu in questa fase che si strutturò l'accesso monumentale al piano nobile. Infatti, riconoscendo nell'attuale soluzione un ripiego, adottato successivamente, sostanzialmente dettato da motivi funzionali, in origine la scala fu concepita sbalzo, o forse su archi rampanti, con pendenza dolce, incentrata sullo spigolo dell'antica torre longobarda, sul modello delle tipologie ben note del Rinascimento meridionale (Carinola, Napoli ma soprattutto la vicina Capua). La stratificazione della loggia è troppo confusa per poter essere anche arbitrariamente interpretata.
All'atto dell'inizio del loro possesso, nel 1518, Francesco Gambacorta e Caterina Della Ratta avviarono una ristrutturazione, attestata dalle lapidi sul portale della cappella e del castello. E' ascrivibile a questa fase l'ammodernamento, in chiare forme rinascimentali, delle strutture difensive della prima cinta, che recinge la spianata del castello, la realizzazione, con un solo alzato sul lato nord, della corte alta, definitivamente chiusa con la quarta parete, priva di ambienti, nonché la ridefinizione della planimetria della cappella, delle decorazioni (in tracce sulla scala) e delle bucature del piano nobile del castello, ormai trasformato definitivamente in palazzo residenziale. Più oltre, nel corso del '500 si ammodernarono le strutture difensive della cinta esterna realizzando due veri e propri bastioni (a est, verso il fiume, e a ovest adiacente e fiancheggiante l'ingresso), pur senza rinunciare (per evidenti motivi economici e topografici) alle strutture medievali (pareti verticali con camminamenti scoperti e ronde).
Episodio sicuramente più tardo fu la soprelevazione dell'ala nord del piano nobile (forse del 1610, al ritorno dei Gambacorta) con la realizzazione degli ammezzati, e la posa in opera del grande finestrone manieristico, coevo alla ridecorazione della cappella (stucchi, tele disperse ecc.) e alla realizzazione della cucina al piano nobile. Questa fase, difficile da riconoscere nella sua storia stratigrafica complessa, certamente più provinciale e molto meno pregevole sia tecnologicamente (materiali poveri, usati in modo piuttosto sciatto) che esteticamente (la loggia - ballatoio esterna e la attuale angusta scala) delle precedenti realizzazioni, forse durò per tutto il secolo XVII.
La configurazione attuale dell'appartamento ducale, delle sue decorazioni, della cappella, trasformata in due navate, e l'erezione della foresteria, su un bastione rinascimentale, sarebbero da far risalire ai Mastellone, nuovi proprietari dal 1734 o ai Lottieri d'Aquino, insediatisi nel 1745. Ma si trattò di episodi di possesso troppo brevi (circa 11 anni in tutto) per essere stati compatibili con l'importanza delle modifiche. Né una data oltre il 1750 è coerente (salvo ipotizzare un ritardo culturale di almeno 2-3 decenni) con il tipo e con lo stile delle raffigurazioni. D'altra parte il recente riconoscimento, nella volta dell'atrio di accesso alla corte alta, di frammenti di affreschi raffiguranti stemmi dei Gambacorta, stilisticamente affini alle decorazioni dello stanzino a grottesche, sembrerebbe avvalorare l'ipotesi di lavori commissionati dall'ultimo duca Gambacorta ante 1734. Altra testimonianza da non sottovalutare è la presenza, all'estremità inferiore della scalea di accesso al palazzo ducale, di un fregio decorativo attestante una data, 1696. Probabilmente essa indica la conclusione di lavori di ripristino statico resisi necessari in conseguenza dei danni subiti dal castello, riportati dal Giustiniani, per il terremoto del 1688 (che distrusse Cerreto, Guardia e altri centri). Gli interventi ottocenteschi comportarono solo ritocchi e superfetazioni scadenti.
Sorto sul colle del castello, seguendo le curve di livello del pendio, dopo l'evacuazione bellica e la migrazione delle funzioni abitative e sociali a valle è oggi quasi spopolato e abbandonato a se stesso.
La scelta della posizione elevata, ispirata dalla necessità di poter organizzare più facilmente una difesa passiva, fu già concretizzata ante 1113, se la bolla di Senne accenna alla presenza di porte e, implicitamente, di mura. In effetti, a parte qualche breve tratto funzionalmente destinato esclusivamente a difesa militare, sono le stesse case, inerpicate sul pendio a costituire, con il loro prospetto esterno, una cortina muraria interrotta solo da strettissimi vicoli in salita, sovrastati da archi, all'occorrenza sbarrabili all'assalitore. Degli antichi accessi medievali, se di Portanuova si conserva, oltre al toponimo, il solo fornice come sottarco di una casa, della porta orientale sopravvive la struttura muraria e l'apertura ad arco ogivale, inglobate in una casa in via Schiavi. Altri elementi medievali sono riscontrabili in via Gallo Piccolo (caratteristici gli archi tra le casette) e in via Castello (eccezionale la presenza di una stretta monofora gotica in tufo giallo).
All'epoca rinascimentale è da far risalire un complesso di 3 insule di edilizia residenziale e commerciale, tra via Terra e via Castello, caratterizzate da numerosi elementi di arredo architettonico (portali scolpiti, stemmi, portali ghierati "catalani", finestre, mensole, cortili etc.). Interessanti anche alcuni esempi di facciate in intonaco grezzo lavorato a decori geometrici. La visita al borgo è occasione soprattutto per osservare in dettaglio la cinta muraria esterna del castello, della quale sono perfettamente riconoscibili gli interventi medievali, rinascimentali e barocchi.