Arpaia

 

La torre di S. Ferdinando

 

Progettazione

Flavia Belardelli, coll. Vincenzo Piscitelli

 

Direzione dei lavori

Flavia Belardelli, coll. Vincenzo Piscitelli

 

Realizzazione

IETIM di Aurelio De Lisio – Napoli

 

Caratteri architettonici e stato di conservazione.

 

La torre campanaria e l’attigua cappella costituiscono, insieme ai ruderi di murature a tratti affioranti dal terreno nelle vicinanze, le residue testimonianze del complesso abbaziale di San Fortunato, situato a ridosso del monte Castello, alle pendici meridionali del massiccio del Partenio.

La vicinanza con la città murata di Arpaia, di epoca longobarda, e i caratteri architettonici degli archi a tutto sesto in pietre di tufo giallo con modanature lavorate a toro suggeriscono l’attribuzione del primitivo impianto all’VIII secolo, in analogia con la chiesa di S. Antonio Abate, situata al margine, opposto dello stesso abitato, lungo la via Appia, anch’essa ridotta a rudere ed interrata al di sotto di un’area utilizzata a giardino.

Dall’esame della torre campanaria e della cappellina, che utilizza come pronao campate di volte a crociera, che si presume facessero parte di un chiostro porticato, si può formulare l’ipotesi, da verificare attraverso saggi di scavo archeologico stratigrafico, di un impianto abbaziale perimetrato da una cinta fortificata, in cui si accedeva attraverso l’atrio voltato della torre, secondo lo schema distributivo adottato dai Benedettini a Montecassino.

Nelle murature del primo ordine della torre non si riscontrano sul fronte interno segni do ammorsature con altri corpi edilizi che possano far supporre una funzione di atrio di accesso alla Chiesa, come accade invece in altri edifici religiosi altomedievali della zona, quali S. Angelo in Munculanis a S. Agata dei Goti.

L’insediamento abbaziale, documentato dalle fonti note a partire dal 1278, subì in tale epoca trasformazioni testimoniate dalla bifora conservata all’ultimo ordine della torre, che risulta ricavata dal frazionamento dell’arco in conci di tufo preesistente, tramite interposizione di una colonnina in pietra, presumibilmente di spoglio.

Trasformazioni volumetriche o distributive del complesso abbaziale hanno nel tempo comportato la tamponatura dell’arco interno dell’originario portale di accesso e l’addossamento alla torre di una volta rampante e di una sovrastante falda di copertura, del cui innesto sulla muratura del secondo ordine restano evidenti tracce. Dai pochi ruderi rimasti visibili allo stato attuale non è possibile desumere la funzione nell’insediamento abbaziale di tale corpo aggiunto, da cui era previsto l’accesso al primo calpestio della torre campanaria e, attraverso la scala a chiocciola in blocchi di pietra, la salita all’ultimo ordine.

L’assenza al piano terreno di un collegamento verticale interno, connatturata con l’articolazione strutturale della volta a crociera dell’atrio, consente di ipotizzare l’esistenza, nella fase anteriore alla realizzazione del corpo aggiunto, di una scala in legno, così come testimoniano in altre fabbriche medievali come la torre della Rocca dei Rettori e il campanile della chiesa di Sant’Agostino a Benevento[1].

La distribuzione quasi totale della consistenza edilizia dell’insegnamento abbaziale, confrontata con la diffusa sopravvivenza nell’aria circostante di numerosi complessi conventuali coevi, testimoniano una lunga storia di danni sismici e di abbandono, iniziata con certezza già a partire dal Settecento, forse dopo il disastroso sisma del 1688. L’addossamento della cappellina alle due campate voltate documenta infatti, all’epoca della sua costruzione una situazione totale smembramento del complesso e di scomparsa del corpo della ipotizzata Chiesa medievale, in contrasto con la permanenza di una memoria storica del significativo religioso del sito.

La sopravvivenza della quasi totalità dell’originario elevato della torre, elemento verticale particolarmente esposto al rischio sismico, può essere spiegata solo con la supposizione della permanenza di un suo uso, quale simbolo civico e religioso, e quindi di un presidio manutentivo anche dopo l’abbandono dell’insediamento abbaziale.

Il luogo anche se più recente abbandono della torre all’azione  congiunta dal degrado naturale e dei terremoti del Novecento ha purtroppo causato il crollo della copertura, di una parte della muratura dell’ultimo ordine e del solaio ligneo intermedio, esponendo la struttura al rischio di una totale cancellazione.

L’intervento di restauro, cui si prevede di far seguire la liberazione dei ruderi interrati e la sistemazione del piazzale di accesso, provvisoriamente protetto da ringhiere lignee, è stato quindi motivato non soltanto dall’interesse architettonico della preesistenza ma anche dal suo valore di residua memoria dell’impianto scomparso.

 

 

Diagnosi e tecniche di intervento

 

 

La situazione statica del rudere della torre, all’avvio dell’intervento di restauro, segnalava due nodi fondamentali di vulnerabilità la azioni sismiche: il coronamento terminale e l’attacco al terreno.

I rischi di instabilità dell’organismo a sviluppo verticale per un’insufficiente condizione di vincolo alla base sono in questo caso aggravati sia dalla ubicazione in pendio, soggetto ad erosione per l’azione di dilavamento delle acque meteoriche e suscettibile di fenomeni di slittamento a valle in fase sismica, sia dall’azione spingente esercitata dalla volta rampante addossata alla parete interna, causa dela lesione verticale presente al livello corrispondente sul muro ortogonale a monte.

Per migliorare la sicurezza della condizione di incastro dell’edificio al terreno, contro i rischi di ribaltamento, si è quindi predisposto il rafforzamento dell’ancoraggio al terreno fondale tramite micropali inclinati di 4 metri di lunghezza, collegati con una cordolatura perimetrale, all’imposta dell’elevato, che, in collaborazione con una soletta di cemento armato con rete metallica, assicurasse al contempo l’irrigidimento della sezione orizzontale di base.

L’assicurazione antisismica delle murature a rudere dell’ultimo ordine, particolarmente esposto la sollecitazioni di inflessione in fase sismica, richiedeva la scelta fra le due opposte alternative, di consolidare i singoli spezzoni rendendoli con artifici di nuova tecnologia resistenti all’inevitabile deformazione, da un lato, o di ripristinare il funzionamento strutturale originario, con opportuni miglioramenti, tramite la ricomposizione della scatola muraria, dall’altro. La scelta di orientare il restauro verso quest’ultima soluzione, optando per la ricomposizione volumetrica del rudere, è stata dettata dalla valutazione, oltre che dalle esigenze di prevenzione antisismica, della opportunità di favorire una minima utilizzazione, sia pure occasionale, del monumento, rendendone accessibile la sommità quale punto di vista privilegiato del suggestivo paesaggio collinare circostante, in modo da porre le premesse necessarie per allontanare il rischio di un nuovo abbandono. IL restauro dell’elevato dell’ultimo ordine è stato quindi condotto secondo i più recenti criteri di intervento sui resti archeologici, che non escludono il ricorso al completamento delle murature, quando sia richiesto da esigenze di carattere conservativo o dalla necessità di rendere comprensibile a fini didattici la preesistenza.

La ricostruzione della copertura e delle parti crollate dell’ultimo ordine della torre è stata così progettata senza mirare alla precisa ricomposizione del volume e della sagoma originaria, considerato sia la mancanza di documentazione in merito, sia l’opportunità di evidenziare e datare l’opera di reintegrazione e recupero all’uso pubblico. La muratura ricostruita ha colmato le lacune e sapraelevato gli spezzoni esistenti al di sopra del solaio ligneo intermedio, in modo da consentire l’appoggio di una copertura praticabile, avente funzione di piastra di irrigidimento terminale, in struttura metallica lasciata a vista nell’intradosso. Per eseguire la ripresa delle murature è stata scelta una pietra calcarea affine all’originale, così da garantire uguale resa cromatica, impiegando però spezzoni di grande dimensione,  in modo da ottenere nelle parti di reintegrazione una tessitura nettamente differenziata.

La chiara leggibilità, anche da lontano, della originaria linea di crollo, è stata assicurata sottolineandine l’andamento con l’applicazione di un tondino metallico sagomato.

Le bucature delle pareti sono state completate secondo la sagoma ricavabile dalle residue tracce di stipiti o archivolti in pietra di tufo giallo, impiegando conci di pietra vulcanica grigia, di natura analoga a quella preesistente ma di diverso tono cromatico.

Per il disegno del coronamento delle murature, che costituisce il parapetto della terrazza-belvedere, si è evitato il ricorso ad una linea continua e rettilinea, che sarebbe pototo sembrare una precisa riproposizione della sagoma originaria, optando per spezzoni di diversa altezza, che volutamente conservano l’incompiutezza volumetrica del rudere.

L’accesso alla terrazza è assicurato dalla scala a chiocciola metallica creata in prosecuzione di quella originaria sottostante, composta da masselli di pietra sovrapposti e sopravvissuta a tutti i crolli.

Per proteggere dai rischi sismici gli elementi lapidei instabili, come i gradini della scala, le colonnine e il capitello della bifora e gli inserti di sarcitura delle lacune degli stipiti e degli archivolti conservati, sono stati adottati tasselli ad espansione con microperni in acciaio inossidabile, ancorati tramite iniezioni di mastice epossidico speciale.

Il ripristino della originaria resistenza dell’elevato ha richiesto una delicata opera di restauro delle murature, in pietrame calcareo non squadrato, di piccola pezzatura, con malta degradata dall’infiltrazione di acque meteoriche e dalla vegetazione infestante, che ha richiesto all’esterno l’asportazione e la rimessa in sito con nuovo legante di tutti i conci instabili e, all’interno, il consolidamento con iniezioni a bassa pressione di miscela di cemento.

Per contrastare l’inflessione delle murature sono state introdotte catene di cerchiaggio realizzate con perforazione a rotazione a livello della volta dell’androne e del solaio intermedio, ripristinato secondo la tecnologia originaria con tavolato di abete a travi squadrate di douglas.

 

 

 


 

[1] Cfr per la Rocca dei Rettori: Zazo A., Il castello di Benevento (1321-1860), in “Samnium”, Anno XXVII, luglio-dicembre 1954, n.3, p.122; e per il Campanile del Convento di S. Agostino: Basile S., Restauri settecenteschi e Benevento 1714-1716, in “Samnium”, Anno XLIII, luglio-dicembre 1970, n.3-4, p.207.